In uno dei primi articoli in cui raccontavo il mio approccio alle due ruote, ho accennato al fatto che questa passione mi è stata tramandata (involontariamente) da mio padre, Attilio detto il panzer, che negli anni ’70 era un figo pazzesco in sella alla sua Moto Guzzi Astore 500 della fine degli anni ’50… modificata in chopper ovviamente! Quando io e i miei fratelli eravamo piccoli, spesso ci ha raccontato qualche aneddoto della sua vita da ventenne in sella alle due ruote, ma non abbiamo mai approfondito questa parte della sua storia. Direi che per me è giunto il momento di farlo! Non ho volutamente messo questo articolo nella sezione “interviste”, perché è più una chiacchierata con mio padre, un articolo scritto a 4 mani, mentre lui rivive e racconta quegli anni una sera a cena, solo io e lui. Lo ascolto cercando di immaginarmelo…. e un po’ mi commuovo.

Quello che so per certo, è che papà era davvero un ragazzo di strada, fisicamente simile a Carlo Verdone, jeans a zampa di elefante, ironico, intelligente e amante della libertà. Ha vissuto in Canada per scrivere la sua tesi di laurea sui pellerossa e a Londra per imparare la lingua, ma soprattutto, cosa che interessa a noi in questo momento, si è girato l’Europa in moto con i suoi amici motociclisti, una banda di scalmanati che si chiamava I Giovani Lupi…..sì, era il nome della sua banda. In molti avevano soprannominato il gruppo I Caimani in una accezione purtroppo negativa e dispregiativa: lui e i suoi amici erano spesso considerati i classici motociclisti brutti sporchi e cattivi, quelli che cercano e danno rogne, cosa davvero lontana dalla realtà.

Mio padre prese la moto per la prima volta l’estate del diploma, quando la benzina costava 100 Lire e una notte in hotel 2500 Lire. Per il diploma il mio bisnonno gli regalò 500 mila lire, con cui andò da Moretti (storico concessionario di Macerata) a comprarsi una delle moto che la polizia ciclicamente dismetteva. Come ho accennato, la sua scelta cadde su una Guzzi Astore. Appena la prese fece le modifiche di rito: grazie ai suoi amici tappezzieri e meccanici, tolsero il parafanghi, alzarono il manubrio a U stile ape henger, cambiarono la sella …

Cercando un paragone con me e con l’uso che io e miei amici facciamo della moto, ho chiesto a mio padre quale utilizzo primariamente ne facessero loro.

La moto serviva per viaggiare, andare fuori, conoscere altri paesi e culture. Eravamo curiosi e la moto era il mezzo migliore per fare questo, con la moto potevi andare ovunque.

Mi son fatta raccontare un paio dei suoi viaggi. Il primo ha visto lui e i suoi amici partire per 50 giorni proprio l’estate del diploma verso l’Austria e la Germania. Ho chiesto a mio padre di raccontarmi gli aneddoti più simpatici che si ricorda e alcuni voglio riportarveli (non tutti, fidatevi!).

Erano altri tempi, bastavano 100 mila lire e un sacco a pelo.

Per avere i soldi per la benzina, non si dormiva mai in hotel, ma sempre in campeggio o per strada con i sacchi a pelo. Il primo viaggio li ha visti fare tutta una tirata da Rimini a Predazzo, dove appena arrivati

abbiamo fatto una pipì lunga una quarto d’ora.

Mio padre mi racconta che dormivano dove capitava e di giorno giravano per la città e i paesi vicini. A Predazzo erano guardati con sospetto, molti avevano paura di loro, specialmente, ricorda mio padre, per il modo in cui erano vestiti. Da Predazzo si spostano verso Innsbruck dove rimangono parecchi giorni per visitare la città e i dintorni.

Dopo Innsbruck, la banda si sposta verso Monaco, città in fermento perchè quell’anno, il 1972, si sarebbero tenute le olimpiadi. Mio padre sottolinea come anche lì non fossero visti di buon occhio: molti avevano paura di loro e si tenevano a distanza, mentre i cercatori di rogne non mancavano mai. Evidentemente l’immagine che davano all’epoca era poco rassicurante…. vi assicuro che questa cosa mi fa davvero sorridere perchè mio padre di certo la sensazione che meno evoca è la paura!

Parte dell’outfit di mio padre

Un giorno siamo andati a mangiare in una pizzeria e dopo pranzo abbiamo chiacchierato un pò con il pizzaiolo. Un gruppo di ragazzi del posto ci ha visto intorno al pizzaiolo e ha pensato subito che volevamo fargli del male. E’ dovuto intervenire direttamente lui per rassicurare che eravamo amici. Lo stesso pizzaiolo ci ha poi consigliato di non andare in città la sera con le moto, o avremmo sicuramente incontrato altre bande di motociclisti attaccabrighe. Per questo la sera dopo siamo andati in città con l’autobus. Nonostante ció quando ho chiesto indicazioni ad un poliziotto per sapere come tornare in campeggio (dopo mezzanotte non passavano più
gli autobus), mi è stata puntata una pistola in faccia.

Questi racconti mi fanno rabbrividire…come è cambiato il modo di considerare il motociclista negli anni!

Dopo 50 giorni sono tornato a casa. Appena mia madre mi vide mi diede un ceffone e mi disse “adesso vai subito da tuo padre”. Andai da mio padre in cantiere e subito mi abbracciò. Lì ho capito quanto avevano sofferto: in 50 giorni non avevo telefonato a casa una sola volta per dare mie notizie; l’anno dopo ho chiamato due volte a settimana.

…in confronto io da adolescente sono stata un angelo…

Mi son fatta raccontare qualche altro aneddoto dei suoi viaggi:

Uno di noi aveva una Laverda 750, ma era troppo alta per lui. La guidava solo se aveva uno di noi come passeggero  che potesse mettere il piede a terra quando si fermava!

Ah, ma allora anche gli uomini han problemi con le moto alte 😏!!!!

Una sera stavamo festeggiando con delle ragazze intorno a un fuoco. Io e un altro abbiamo alzato un pò il gomito…Prendiamo le moto e cominciamo a girare intorno al fuoco mentre gli altri ci corrono dietro: stavamo passando sopra ai sacchi a pelo, li abbiami distrutti!

Hai capito il paparino… e io a tornare a casa in punta di piedi le sere che avevo bevuto un goccetto in più… a saperlo ti avrei svegliato!

Facevamo cassa comune per le spese del viaggio. Un giorno mandammo Lo Riccio  (è dialetto,  significa Il Riccio, un amico con tanti capelli ricci!) a fare la spesa ma tardava a tornare. Cosi andiamo a cercarlo in paese: era al bar a mangiare brioches e cioccolata con i nostri soldi!

Mio padre racconta i suoi viaggi e ricorda le cose buffe accadute con i suoi amici senza nostalgia, e questo mi colpisce. Io mi commuovo anche solo a pensare a ciò che facevo pochi anni fa, ma lui no, ricorda con piacere e divertimento, ma non con tristezza, anche se ha venduto la sua moto agli inizi degli anni ’80.

Non avevamo nessuna etichetta, eravamo uomini liberi. Si stava bene insieme e basta. Erano gli anni della contestazione, ma noi non le appartenevamo, non dovevamo distruggere nulla. La moto dava modo di soddisfare la nostra curiosità di conoscere il mondo  fuori da noi, era il mezzo più economico anche per conoscere la gente, non solo fare i turisti. 

Mio padre mi conferma che le moto che vedeva più spesso in giro erano primariamente italiane: Ducati Scrambler e Guzzi. In Germania però ha visto molti sidecar: padre e madre dietro, nella carrozzetta in genere il bambino… con un minuscolo caschetto!
Mi racconta che il casco non era obbligatorio e lui lo teneva sempre attaccato alla moto, mai in testa…

Quindi sei arrivato in Germania senza casco!?!?

SI! Non c’era la cultura delle protezioni come ora, forse anche perchè c’erano meno morti sulla strada.

Effettivamente quando mio padre mi vede completamente coperta di goretex e protezioni, sorride!

Ti senti ancora con I Giovani Lupi?

SI, ogni tanto. Lo Riccio adesso è pelato!

Papà ma donne in moto ne avete mai incontrate?

No.

Infine papà, che effetto ti ha fatto quando ho preso la moto anche io?

Ho pensato “e’ stato cosi bello per me, perchè non può esserlo anche per mia figlia?”