Tempo fa Kentauros mi parlò di due ragazzi, Matteo e Patrizia, che avevano abbandonato casa e lavoro ed erano partiti in viaggio in moto. Me ne parlò incuriosito dal fatto che Patrizia non aveva la patente della moto e aveva imparato a guidare appositamente per partire. Prima erano soliti viaggiare con una moto nelle 3 settimane canoniche di ferie che il lavoro concedeva loro, poi hanno deciso che non era questo ciò che volevano. Così, mollato tutto, Patrizia ha imparato a guidare, si sono comprati due vecchie moto e sono partiti, creando il loro sogno, VIAGGI FUORI ORARIO. Tutto ha preso il via con l’ambizione di attraversare l’Africa da nord a sud e così hanno fatto. Partendo da Porto San Giorgio nelle Marche il 18 Ottobre 2017, a Tangeri è iniziato il loro viaggio, che li ha visti attraversare 14 stati, 16000 km fino all’ arrivo a Cape Town, il 4 Febbraio 2018. Io li ho conosciuti proprio al ritorno da questa prima avventura, mentre progettavano già il secondo viaggio in direzione India da cui sono appena tornati e che ora mi dovranno assolutamente raccontare. Come amano dire:

Viaggi fuori orario prepara e organizza soltanto la partenza, per il rientro resta sempre un grande enigma, per questo non aspettateci per cena.

Prima di tutto: bentornati! Spero sia andato tutto bene, anche se vi ho seguito molto sui social in questi mesi. Mi piacerebbe parlare subito dell’India, ma per meglio aiutare i nostri lettori, partiamo dal principio. Voi avete mollato tutto, il vostro lavoro, la vostra casa, avete venduto la macchina per poter inseguire il sogno di viaggiare in moto per il mondo. Non so se siete pazzi voi o se la pazza sono io a non aver ancora fatto cosi! Ditemi come è arrivato la prima volta questo pensiero e come e quando ha iniziato a non essere più solo un pensiero.

L’idea ci girava in testa da diversi anni, più che altro non abbiamo mai trovato motivi per non farlo; poi una domenica mattina eravamo sul divano e ci siamo chiesti: “Ma perchè non partiamo in moto e attraversiamo tutta l’Africa?” e abbiamo entrambi risposto di si. La nostra scelta è stata una sola, ossia, quella di partire per attraversare l’Africa in moto, le altre scelte come mollare il lavoro, vendere l’auto, lasciare la casa, sono state solo conseguenze inevitabili. Non abbiamo mai desiderato fuggire o scappare dalla nostra realtà quotidiana, di fatto non potevamo fare altrimenti con i nostri mezzi, e non ci è piaciuto neanche un po’ prendere queste decisioni, perchè amavamo le nostre professioni e la nostra casa e ancor di più la nostra vita sociale. Ma la forza di mettere il viaggio davanti a tutto forse è stata la vera scintilla che poi ci ha fatto passare all’aspetto pratico.

Patrizia, tu viaggiavi dietro Matteo, poi hai conseguito la patente per poter partire. Avevi mai avuto prima il desiderio di imparare a guidare? E’ spettacolare che da non aver mai guidato una moto tu sia partita per l’Africa guidandone una. Non hai avuto neanche tempo di farti prendere dalle insicurezze. Come è stato il tuo personale approccio alla guida?

Mi sono ritrovata ad avere la patente perchè Matteo, diversi anni fa, mi fece trovare il foglio rosa sul tavolo, con la scusa che se nelle nostre vacanze su due ruote lui avesse avuto qualche problema io avrei avuto comunque la possibilità di condurre la moto. Una probabilità alquanto inverosimile, dato che all’epoca avevamo una Stelvio, decisamente grande e pesante per una che non ha mai guidato. Ma in effetti era una bella scusa per regalarmi la patente! Quindi, in realtà, non ho mai davvero scelto di prendere la patente. Però  ho scelto di comprare una moto e di vivere in prima persona il viaggio in moto. Non ho mai pensato che ci poteva essere un altro modo di viaggiare. Le insicurezze, ancora presenti, si sono rivelate strada facendo, ma la passione del viaggio in moto è stata più forte della paura, che c’è stata e c’è ancora di fronte a certi ostacoli, ma che non mi sembra mai impossibile da superare. Anche in maniera alquanto approssimativa, credo che posso sempre mettere un chilometro dietro l’altro. Per me conta andare, sulla tecnica posso prescindere, ma mi piacerebbe molto un giorno definirmi una brava pilota.

Io mi immagino che per il primo viaggio vi siate organizzati alla meglio per poi veder stravolto tutto quello che avevate pianificato. E’ stato così?

Si è stato decisamente cosi. La motivazione più importante è stata conoscere le differenze nel preparare la moto per un viaggio da vacanza, come quelli che avevamo fatto fino ad allora, contrapposta al preparare la moto per un viaggio “overland” attraverso un continente intero stando in viaggio mesi, percorrendo decine di migliaia di chilometri, attraverso strade e ambienti neanche lontanamente paragonabili a quelli europei. Comunque, se si è alla prima esperienza, solo viaggiando ci si rende conto di quello che veramente serve, ad esempio già dopo pochi chilometri, ricordo bene eravamo soltanto in Marocco, ci trovavamo a buttare materiale superfluo e a cercare disperatamente  una ferramenta  per comprarne altro di cui non avevamo pensato di fornirci.

Le sensazioni del giorno in cui siete partiti e quelle in cui siete tornati: emozione prima e senso di vuoto e voglia di ripartire poi?

Il giorno della partenza, come tutti gli altri giorni passati a pianificare questo viaggio, è trascorso affogato nei nostri immensi dubbi su ogni cosa, essendo per noi la prima esperienza di questo tipo. Abbiamo preparato tutto? Abbiamo scelto le strade e le zone più sicure? Le nostre moto si romperanno spesso? Boko Haram ci rapirà e la nostra famiglia sarà costretta a contrattare con la Farnesina un riscatto per farci rientrare a casa ? Queste sono state alcune delle domande che le notti prima della partenza disturbavano alquanto i nostri sonni. Poi una volta presa la nave da Genova, durante la navigazione di 2 giorni che ci avrebbe portato a Tangeri, questi dubbi non solo si sono moltiplicati, ma si sono aggiunte delle paure vere e proprie. Questo perchè ci siamo trovati a passare l’attesa del viaggio in una nave piena zeppa di motociclisti diretti in Marocco, e quando ci hanno visto con quelle vecchie moto, in mezzo a un tripudio di GS e Africa Twin, con l’idea di attraversare tutta l’Africa da nord a sud, ci hanno simpaticamente canzonato sulle nostre intenzioni. Sono stati tutti gentilissimi, ci hanno dispensato ogni sorta di consiglio e informazione, ci hanno raccontato entusiasti le loro avventure, che però erano sempre spedizioni brevi, a volte con assistenza al seguito e tutte su moto moderne e su tracciati comunque turistici. E di fronte a quei racconti ci siamo trovati del tutto impreparati confrontando il nostro equipaggiamento low cost con il loro e la nostra preparazione tecnica. Tutti ci hanno detto che eravamo davvero coraggiosi, bravi, che avremmo fatto un’esperienza bella ma che saremo tornati a casa dopo la Mauritania. Invece non è stato così. Questo descrive perfettamente quanti modi diversi ci sono di essere motociclista, nessuno giusto, nessuno sbagliato. Sulle sensazioni del “giorno del ritorno” ci stiamo ancora lavorando…

Raccontatemi l’Africa e l’Africa in moto. Le difficoltà maggiori? Cosa invece è stato più facile del previsto?

Raccontare l’Africa è una delle cose più difficili che si possa pensare di fare, stiamo parlando di un continente enorme e pieno di paesi e ambienti completamente diversi tra di loro. In Europa si tende quasi sempre a  generalizzare su ogni cosa proveniente da questo continente dicendo: “E’ successo in Africa”, considerandolo un paese unico e commettendo così un  grande errore. Quando noi cercavamo informazioni prima della partenza ci siamo fatti un’idea di quello che avremo affrontato, ma poi arrivati lì, paese dopo paese, ogni volta ci siamo ricreduti completamente, considerando sempre di più le notizie reperite in Italia imprecise e molto spesso errate. In moto la difficoltà più grande ovviamente è stata la condizione delle strade, terribili in alcuni casi come tra il Gabon e Congo dove bisogna affrontare 280 chilometri di fango (soprattutto se lo si fa come noi in piena stagione delle piogge) senza nessuna stazione di rifornimento e nessuna tipologia di servizio. La difficoltà di guida e le enormi distanze africane, qualche volta, hanno messo davvero a dura prova il nostro sistema nervoso, soprattutto quello di Patrizia. E’ stato più facile del previsto trovare qualcuno disposto ad aiutarci, scoprendo che in Africa non sei mai solo, anche nella remotissima giungla congolese o nella transhariana, dove c’è solo deserto e sabbia per centinaia di chilometri, in caso di bisogno sempre ci siamo trovati in compagnia di  abitanti del posto gentilissimi e accoglienti che si sono adoperati tantissimo, anche per ore e ore, per cercare di aiutarci in ogni nostro problema.

Cosa vi ha regalato l’Africa? In cosa vi ha cambiati questa prima avventura?

L’Africa ci ha regalato un’infinità, un mondo intero. Ci ha regalato la consapevolezza che in questo continente si vive in maniera molto diversa da come si vive in Europa, talmente diversa che, a nostro parere, bisogna avere molta pazienza e tanta voglia di sentirsi viaggiatori per integrarsi e sopportare le condizioni sociali e civili che nella maggior parte dei casi non sono affatto agevoli. Molti dei paesi che abbiamo attraversato vivono situazioni politiche, umane e sociali che noi non possiamo neanche immaginare, problematiche che in Italia si sono risolte 50 o 100 anni fa e che invece in molti paesi dell’Africa sono ancora il presente. Questo viaggio ci ha regalato milioni di sorrisi, fatti da persone che non hanno mai visto viaggiatori come noi provenienti dall’Italia, che non hanno mai visto due motociclette come le nostre (per quanto vecchie le nostre moto erano all’ultimo grido laggiù). Ci ha regalato il significato dell’accoglienza, perchè siamo stati sempre ben accolti in ogni singolo posto da noi visitato, ci ha regalato capire l’importanza della comunicazione tra culture differenti, ma ci ha anche regalato la consapevolezza che esiste un dolore e una disgrazia di cui noi siamo del tutto estranei e siamo davvero fortunati a non viverlo in prima persona.

Noi ci siamo conosciuti al vostro ritorno dall’Africa durante un paio di serate al pub. Mi avete raccontato cose bellissime, e incuriosito con aneddoti particolari (siate generosi nel raccontarli anche ai nostri lettori). Durante queste serate i vostri occhi avevano dentro l’immensa Africa, un sogno realizzato e uno da realizzare, l’amore per quello che avevate fatto e la paura che potesse finire, uno sguardo nostalgico al passato e uno impaurito ma fiducioso al futuro. Come avete deciso di rimettervi in moto e perchè avete scelto l’India?

Potremmo raccontare aneddoti per ore e ore: le notti passate dormendo sotto il cielo stellato nel deserto del Sahara, preparare insieme alle donne del Burkina un intruglio particolare fatto con la corteccia di alcune piante che serve a dipingere le loro tipiche abitazioni, incappare nel bel mezzo della guerra civile nel nord del Camerun, attraversare il fiume Congo con le nostre moto adagiate sul pavimento  di una piccola imbarcazione di due pescatori, essere stati ospiti di un esorcista nella foresta congolese… Tuttavia ci siamo rimessi in moto perchè la nostra idea era quella di non fermarci all’Africa, ma di continuare il più possibile finchè il nostro budget ce lo avrebbe permesso. Arrivati in Sud Africa ci siamo trovati davanti a due scelte: o spedire le moto in Sudamerica o risalire la costa est africana e proseguire per l’Asia. Ma anche qui le nostre tasche hanno condizionato di gran lunga la nostra decisione. Spedire le moto in Sudamerica sarebbe stato un enorme colpo per il nostro budget, in più le moto non avrebbero potuto attraversare un altro continente senza prima effettuare una impegnativa messa a punto per riparare i danni causati da 17.000 chilometri di strade pessime. Effettuare i lavori alle nostre moto in Sudafrica sarebbe stato molto costoso a causa delle lunghe attese per reperire i pezzi di ricambio e bisogna ammettere che, non sappiamo bene il perchè, ma le nostre teste iniziavano a viaggiare già verso l’est. Quindi rientro a casa di moto e piloti, messa a punto fatta dal nostro meccanico di fiducia (abbassando notevolmente i costi), impiego del tempo a casa per lavorare un po’ e quindi aumentare le nostre risorse economiche e inizio del progetto di attraversare l’Asia fino al Vietnam, alla scoperta di un continente che si presentava ai nostri occhi pieno di storia e cultura.

Nei preparativi per questo secondo viaggio, come vi ha aiutato essere già stati dei viaggiatori in moto? In cosa è stata differente questa volta la preparazione? Essere già stati fuori in moto così tanto tempo vi ha fatto essere più leggeri nella preparazione o il contrario?

Dopo la prima esperienza, il secondo viaggio è stato preparato in maniera decisamente diversa, soprattutto dal punto di vista tecnico e organizzativo. Questa volta niente è stato lasciato al caso. I visti più complicati sono stati presi nelle ambasciate a Roma e abbiamo ottenuto informazioni molto precise sui confini contattando persone che erano passate di li recentemente; ovviamente questo è stato molto facile perchè, contrariamente all’ Africa,  ci sono moltissimi viaggiatori che decidono di percorrere questa parte di mondo in sella alla propria moto. Inoltre avevamo già organizzato il rientro della moto nella modalità più economica possibile conoscendo tariffe e tempistiche ancora prima di partire. I nostri bagagli sono stati ridotti all’osso, al solo necessario, riducendo anche notevolmente il peso e gli ingombri. Questo è un parametro fondamentale per chi viaggia in moto per mesi; è impagabile la praticità di poter prendere un sacco a pelo in un attimo, avere la moto ben bilanciata con i pesi o di tirare fuori attrezzi per una riparazione semplice in poco tempo, avere gli oggetti delicati caricati bene in modo che non subiscano danni con le vibrazioni o sobbalzi nelle strade più impegnative.

Ora raccontatemi l’India, finalmente!

Non vedevamo l’ora di poter viaggiare in India, di poterla attraversare in moto e di assaporare tutta la storia e la tradizione di questo paese così affascinante chilometro dopo chilometro. Arrivando dal Pakistan vedevamo l’entrata in India come una liberazione perchè il Pakistan, con la sua gente così ospitale e cordiale come poche nel mondo, si è rivelata una delle imprese più ardue del nostro viaggio a causa della particolare instabilità che il paese ormai vive da anni, di come questa condizione influisca pesantemente su chi decida di attraversarlo in moto. Senza parlare del fatto che in Luglio nel deserto del Pakistan si trovano 52 gradi, una delle zone più calde del mondo. Quindi appena entrati in India abbia percepito non solo la grandissima eccitazione che si prova ogni volta che si esce da un paese per entrare in un altro, ma anche una sorta di liberazione ed euforia nel sapere che avremo percorso un paese sicuro e che ha sempre destato la nostra curiosità.  L’esperienza è iniziata con un giro nella regione del Ladak, la parte dell’India più vicina all’Himalaya. E’ stato molto emozionante guidare la moto attraverso una delle strade più pericolose al mondo, quella che da Srinigar porta a Kargill, e attraversare il Fatula top a 4300 metri di altezza. Purtroppo il maltempo e la neve prematura del 2018 ci hanno impedito di transitare sul passo più alto del mondo: il Khardungla La Pass a 5400 metri di altezza. Successivamente la nostra esperienza in India è andata avanti immergendoci completamente in una delle culture più caratteristiche del mondo, guidavamo attraversando città piene di storia, arte e architettura di una bellezza estasiante. Sono anche città e strade però piene di mucche, maiali, cani, elefanti, carretti, bici, motorini, macchine e camion che continuamente devi schivare: una giungla umana e animale riversata in strada, meravigliosa a ripensarci ora da casa, ma terribile se devi affrontarla su due ruote. Gli indiani comunque ci hanno accolto con la loro buonissima cucina e con un’ ospitalità che abbiamo incontrato poche volte. Ma praticamente l’India è senza ombra di dubbio il luogo più pericoloso del mondo in cui guidare una moto. Per strada si rischia la vita letteralmente più volte al giorno. Non ci sono regole di traffico, le strade sono dissestate continuamente e c’è stato traffico dal primo all’ultimo chilometro della nostra traversata indiana. Ora che siamo a casa abbiamo ancor meglio consapevolezza di quanto l’India ha lasciato dentro di noi, un paese originale che a nostro avviso conserverà sempre questa sua fortissima autenticità, sebbene destinata a mutare per seguire il modello occidentale, come purtroppo avviene anche per tutto il resto dell’Asia.

Anche in questo caso: difficoltà e sorprese: cosa è stato facile e cosa difficile?

La difficoltà più grande dell’ India è senza ombra di dubbio la guida nel traffico e la grande pazienza richiesta nel sentire il clacson delle auto e dei camion 24 ore al giorno. Si è rivelato molto facile trovare ospitalità o alloggi molto ma molto economici, cosi come il cibo, buonissimo e facilissimo da trovare a qualsiasi ora e a prezzi veramente bassi.

E ora? Che progetti avete? E soprattutto, come vi sentite? Quanto vi ha cambiato l’Africa e quanto l’India?

Per il momento l’unico progetto è quello di rimontare le moto, smontate per poter essere spedite ad un prezzo più basso occupando meno spazio, e ritornare ad essere motociclisti nelle nostre splendide strade al più presto possibile; non attraversando continenti ma viaggiando comunque in uno dei posti più belli del mondo sapendo poi che, terminato il giro, ci si potrà facilmente sedere con gli amici, bere qualcosa e discutere di quanto è bello viaggiare in moto e non solo. Noi non ci sentiamo particolarmente cambiati, è ovvio che il segno lasciato da queste esperienze è enorme, ma sarebbe una menzogna affermare che dopo questo viaggio noi siamo altre persone. Abbiamo soltanto compreso che nel mondo ci sono così tanti modi diversi di affrontare la vita che non esiste un paese che non valga la pena di essere visitato. La curiosità verso culture e tradizioni diverse dalle nostra è da sempre stato il motore dei nostri viaggi. Ma soprattutto abbiamo capito quanto sia bello e sano essere accolti e mischiare le proprie culture e tradizioni con quelle di un altro paese.

Per i vostri viaggi avete scelto due enduro monicilindrici giapponesi degli anni ‘90 (Tenerè e Dominator). Perchè? Come si sono comportate durante tutte queste migliaia di km?

Abbiamo scelto queste moto per motivi, ovviamente, economici e tecnici. Questa tipologia di moto si può acquistare a prezzi ridicoli, potendo così aumentare il budget economico da investire nel viaggiare il più possibile. Inoltre la semplicità e la robustezza delle vecchie enduro dei primi anni ‘90, a nostro parere, sono impossibili da trovare nelle moto moderne. Dominator e Teneré non hanno problemi a bere benzina super, che dalle nostre parti non esiste da decenni ormai, carburante che muove ancora tutta l’Africa e gran parte dell’Asia. Molti problemi tecnici si possono risolvere con delle semplici riparazioni a bordo strada (da noi tanto amate!). Altro fattore non secondario è che il presentarsi in certi luoghi “particolari” con una moto sgangherata di 30 anni fa o con una modernissima endurona fa la differenza nella trattativa con certi poliziotti o funzionari poco avvezzi alla legalità. Alla fine la nostra scelta è stata azzeccata, non abbiamo mai avuto problemi seri con queste moto, che ci hanno portato sempre dove volevamo arrivare. Se anche avessimo avuto la possibilità economica, sicuramene avremmo in egual modo scelto queste moto, anche per una nostra particolare propensione al vintage e all’arte di arrangiarsi.

Per voi la moto, almeno a me sembra, è uno strumento per viaggiare. Avete intenzione di continuare ad usare la moto, ad esempio per qualche giro del fine settimana, o pensate di relegare la moto ad un uso estremo, tipo 16000 km o nulla?

E’ impensabile affrontare delle esperienze in giro per il mondo come le nostre senza avere nel cuore una grande passione per le due ruote, a prescindere da tragitti e strade. Certamente continueremo ad usare la moto, sia che ci aspettano 30 chilometri per raggiungere gli adorati Sibillini, sia per attraversare la Pampa (sogno nel cassetto da realizzare).

Come ha reagito la gente vicino a voi, amici e parenti, a questa vostra decisione di cambiare vita?

Inizialmente molti ci hanno preso per matti, ma soprattutto perchè stavamo andando in Africa, un posto che ancora incute timore e paura. Poi, strada facendo, sempre più gente si avvicinava a noi attraverso i social e siamo stati molto felici di essere seguiti da persone vicine a noi, come amici e parenti, ma non solo, anche colleghi, meccanici, datori di lavoro si sono appassionati a questa nostra avventura. Per noi questa esperienza è stata a dir poco fantastica, anche perchè ha fatto nascere nuove amicizie meravigliose, in ogni parte del mondo e amicizie ancora più belle vicino casa (come quella con la nostra Lux!) con cui poter passare ore e ore davanti a una birra parlando di moto. Noi crediamo che quando una passione fa nascere nuove amicizie, allora è valsa la pena impegnarsi e sacrificarsi per seguirla.

Se qualcuno avesse il desiderio di sapere di più su di voi, dove può seguirvi?

Sicuramente sui social al nome “Viaggi Fuori Orario” E dato che noi abbiamo ammorbato l’anima a molta gente chiedendo consigli e informazioni, saremo molto felici di poter ricambiare a qualsiasi motociclista o viaggiatore questa cortesia. Occhio a contattarci perchè potremmo parlare di moto e viaggi per ore e ore.